Xitta - 9 Aprile 1944
Una delle pagine più tristi e sconvolgenti
della storia della comunità trapanese
Le
porte e le finestre sono sbarrate.
La casa di Giovanna Criscenti
è da lungo tempo in stato di abbandono.
Il
marito è morto.
I
figli sono emigrati all'estero.
Tutti
i protagonisti e testimoni di questa vicenda sono scomparsi.
Riuscire
a reperire informazioni attendibili è difficile.
I
pochi dati disponibili sono scarni e spesso contraddittori.
Presso
la biblioteca comunale di Paceco, diretta da Alberto
Barbata, è custodito un carteggio. Si tratta di una
serie di documenti nei quali sono indicati tutti i crimini commessi dai soldati
francesi durante la loro permanenza nel territorio trapanese.
"I militari francesi – si legge - sono arrivati in Paceco nel pomeriggio del
giorno5 aprile corrente. Appena arrivati, hanno subito
provocato col loro contegno pieno di spavalderia e con la loro manifesta
ostilità verso la popolazione numerosi incidenti".
Era
la primavera del 1944. Le truppe alleate presidiavano i punti strategici della
Sicilia. Un reggimento del corpo di spedizione francese
si stabilì a Paceco.
Alcune
ore dopo l'arrivo in città i soldati francesi si resero protagonisti dei primi
disordini. Qualche minuto prima delle ventuno, tre
giovani, Giuseppe e Concetta Ferro, di venti e sedici anni, e Maria La Commare, di diciotto,
mentre facevano ritorno a casa, furono aggrediti da un gruppo di militari.
Alcuni uomini intervennero riuscendo a mettere in fuga
i soldati. Fu solo il primo di una lunga serie di
episodi. Ventiquattro ore dopo il comando francese requisì alcune abitazioni.
Il
provvedimento provocò aspre reazioni. I proprietari protestarono.
"Sono una donna sola con una figlia di
diciotto anni. Non posso coabitare con due uomini", disse una donna,
proprietaria di una delle abitazioni requisite,
supplicando gli ufficiali francesi di andare in un'altra casa. Fu minacciata e
cacciata. Gli ufficiali occuparono la sua abitazione e tutti i mobili di cui
non avevano bisogno furono buttati in strada.
Lo
stesso giorno alcuni militari rovesciarono dentro una
cava il calessino di un cittadino. Altri trascinarono
alcuni carri di agricoltori in aperta campagna.
La
sera un gruppo di paracadutisti, presentatisi nei locali del caffè Roma, tentò di rapire una cameriera. Ventiquattro ore
dopo alcuni ufficiali francesi, che avevano preso
alloggio nell'abitazione di Luigi Clemente, percossero il genero dell'uomo,
Giovanni Sardo, che la sera precedente si era recato a protestare, per la
requisizione, al comando alleato di Trapani.
L'8 aprile un soldato francese
aggredì un giovane, Gaetano Cappello, e s'impadronì dei suoi occhiali da sole.
In questo contesto maturarono i disordini che
ventiquattro ore dopo avrebbero condotto all'uccisione di Giovanna Criscenti e di altre tre persone.
Il
professore Antonio Buscaino
è uno dei pochi che ricordano questa storia. "Non sono stato testimone
di questi avvenimenti", dice. "Quando gli alleati sbarcarono
in Sicilia mi trovavo in Toscana. Conoscevo però
alcuni protagonisti di questa vicenda.
Attraverso
i loro racconti sono riuscito a ricostruire questi fatti. Ogni sabato e
domenica i militari del contingente francese erano soliti recarsi in libera
uscita a Trapani.
Il
9 aprile alcuni soldati di ritorno dalla città si
fermarono dinanzi l'ingresso della sala di proprietà di Leonardo Genna, ex sede della sezione del Partito Nazionale
Fascista, in cui era in programma una rappresentazione teatrale. Un militare
fece apprezzamenti poco lusinghieri sul coraggio dei
soldati italiani. Uno degli astanti, Peppe Di Nicola, rispose alla provocazione
accusando i soldati francesi di essere dei traditori.
Scoppiò una lite". Secondo altre fonti, però, furono altre le ragioni che provocarono lo scontro. Uno dei soldati
francesi avrebbe fatto degli apprezzamenti nei confronti di una
donna provocando la reazione degli uomini presenti. Antonino Buscaino sembra però essere certo che i fatti andarono
diversamente. "È falso", dice. "Nessuna donna fu
importunata dai soldati francesi”. La lite comunque
degenerò e presto dalle parole si passò ai fatti. “Francesco Fiorino, che
era in possesso di una pistola - racconta Antonio Buscaino - sparò un colpo in aria. L'esplosione attirò
l'attenzione di alcuni soldati francesi che accorsero
in aiuto dei loro compagni. Francesco Fiorino fu disarmato e percosso e solo
grazie all'intervento di alcuni amici riuscì a
fuggire. Ci fu un fuggi fuggi
generale. Le donne che erano presenti all'interno della
sala si allontanarono attraverso un'uscita secondaria. Gli uomini iniziarono
invece a lanciare alcuni sassi che erano ammonticchiati lungo la strada contro
i soldati francesi". Antonio Buscaino ha
ricostruito le tragiche fasi dello scontro in un libro, "Xitta, storia e cronaca di un
borgo attorno alla sua torre", in cui ripercorre le vicende della piccola
comunità trapanese. Scrive lo scrittore: "Sentito
lo sparo ed il vociare della gente, alcuni cittari
accorsero armati. Sparavano sprigionato dalla canna del
fucile, il punto dal quale provenivano gli spari, risposero al fuoco e
fulminarono il povero Marano. Cessati gli spari, iniziarono il rastrellamento
per le strade del borgo, bussando alle porte delle case che ritenevano abitate da persone sospette di avere avuto parte nella vicenda.
Entrarono, tra le altre, nella casa di Michele Schifano,
girarono per le stanze e, vedendo una porticina chiusa, intimarono allo
Schifano di aprirla. All'interno del piccolo locale s'erano rifugiati i componenti della famiglia Pompeo e la stessa moglie dello
Schifano, certa Giovanna Criscenti, che era in stato
interessante, la quale temendo di subire violenza, assieme ad Adriana Pompeo
tenevano chiusa la porta tirando la maniglia. I militari francesi,sospettando che vi si nascondessero persone armate,
spararono una raffica di mitra ed uccisero la povera Criscenti".
Se mi picchiano racconto tutto". Giuseppe Basificò ripeteva
ossessivamente quelle parole. I suoi compagni tentavano invano di convincerlo a
non parlare. Se avesse riferito ciò che sapeva, se
avesse fatto i nomi di coloro che erano coinvolti nella rivolta, tante altre
persone sarebbero state arrestate.
Era il 9 aprile del 1944. I soldati francesi avevano
rastrellato il paese di Xitta. Una donna, Giovanna Criscenti, ed altre tre persone erano morte negli scontri a
fuoco. Decine di uomini e ragazzi erano stati
arrestati. Alcuni erano stati picchiati e seviziati. Giuseppe Basiricò aveva quattordici anni. Ed una grande
paura. Alla vista di due compaesani, ridotti in uno stato pietoso, era stato
preso dal panico ed aveva dichiarato che se lo avessero picchiato avrebbe detto tutto ciò che sapeva ed aveva visto. "Fu
convinto dagli altri a non parlare", dice il professore
Antonio Buscaino, che ha ricostruito in un libro i
terribili avvenimenti che scossero nella primavera di
settantaquattro anni fa la popolazione di Xitta. "Promise
di non dire niente. E fu di parola. Quando fu interrogato,
malgrado ricevettequalche frustata, disse che non
aveva visto nè sentito niente". Gli
ufficiali francesi erano intransigenti e violenti. Anche
due trapanesi, che casualmente si trovavano a Xitta al momento della rappresaglia, furono sottoposti agli
stessi trattamenti. "Ignazio Scaturro
era venuto a trovarsi malauguratamente e per caso assiemeai
cittari", dice Antonio Buscaino.
"Quando fu fermato fu trovato in possesso di uno
schizzo in cui era riprodotta la zona della scuola di Paceco in cui era
ospitata la sede del comando militare.
I francesi pensarono che quella cartina dovesse servire
per compiere un attentato. In realtà Ignazio Scaturro
era completamenteinnocente ed estraneo alla faccenda.
La piantina, di cui era in possesso, non era che un semplice schizzo tracciato da un suo amico abitante a Paceco, nei pressi
dell'edificio scolastico dove lo Scaturro stava per
recarsi". Dopo
gli arresti un gruppo di cittadini, preoccupati per la sorte di Giuseppe Basiricò e dei suoi compagni, chiese l'intervento del
comando americano. "Un ufficiale ed alcuni militari furono inviati a Paceco",
dice Antonio Buscaino. "I prigionieri furono
immediatamente
caricati su un gippone e trasferiti presso la caserma dei
carabinieri di Trapani. Alberto Mantia, Domenico Basiricò, Michele Grignano ed
Ignazio Scaturro, che erano
stati ridotti malconci,furono trasferiti in ospedale". Tre prigionieri, Carmelo Amantia,
Antonino Polisano ed Ignazio Scaturro
- dopo che fu dimesso - furono poi tratti in arresto.
Gli altri invece furono presto rilasciati e fecero ritorno a casa. "Gli
avvocati Ludovico Canino e Valentino Manzo, difensori degli imputati,
certamente a conoscenza del comportamento dei militari francesi nei confronti
delle donne pacecote - dice il professore
Antonio Buscaino – sostennero che i loro assistiti
avevano reagito per difendere l'onore di una ragazza del posto importunata da
un soldato. In realtà era falso. Nessuna donna o
ragazza di Xitta aveva subito molestie da parte di
soldati francesi. Dopo circa sei mesi, celebrato il processo, i tre furono comunque scarcerati e fecero ritorno a casa". Nel
frattempo però gli ufficiali ed i soldati francesi si resero protagonisti di altri episodi che generarono malumori nella popolazione.
Il 22 aprile del 1944, si legge in un carteggio custodito presso la biblioteca di Paceco, un sergente maggiore, introdottosi all'interno di un appartamento
di proprietà di Antonino Giacomarro, si appropriò di
numerosi oggetti in oro.
Ventiquattro ore dopo alcuni
militari portarono via da un bar quattro tazze. Il 24 aprile un cittadino, Girolamo Alestra, fu
fermato da un gruppo di soldati mentre stava tornando a casa. Sottoposto a
perquisizione fu trovato in possesso di centocinquanta lire, una lettera ed
altre carte. L'uomo fu minacciato e derubato. La notte del 26 aprile altri due
cittadini, Vincenzo Basiricò e Giuseppe La Torre,
furono derubati della somma di trentacinque lire. Quattro giorni dopo, Giuseppe
Galia, fermato da alcuni militari, fu sottoposto allo
stesso trattamento. La stessa sera, Pietro Piccione ed il figlio,
Ignazio, fermati e perquisiti, furono derubati di un portafogli e di un
orologio e colpiti ripetutamente con un bastone. Il primo
maggio, qualche minuto prima delle ventuno e trenta, un agricoltore,
Marco Badalucco, fu fermato da alcuni soldati e dopo essere stato perquisito fu
bastonato perché non aveva denari ed altri valori addosso. L'uomo riuscì ad
allontanarsi e trovò rifugio presso l'abitazione di un
amico. La stessa sera alcuni soldati bussarono alle porte di numerose
abitazioni in cui ritenevano vi fossero donne. Non
ottenendo riposta spararono all'impazzata. Giuseppe Mortillaro
fu fermato e derubato di carciofi, fave, mandorle e conigli. I soldati, non
soddisfatti, si scagliarono contro la conigliera
distruggendola. L'agricoltore denunciò inoltre che gli stessi militari, di
pieno giorno, poco curandosi delle proteste,
prendevano i bagni completamente ignudi nella vasca del suo giardino.
L'8 maggio, Salvatore Petralia,
fermato da alcuni soldati, fu derubato di quattrocento lire. Anche
altri due cittadini, Giuseppe Scaduto e Lentini
Cusumano, fermati da militari, furono sottoposti allo stesso trattamento. Il 10
maggio l'agricoltore Michele Ingrassia, bloccato da
alcuni soldati nei pressi della sua abitazione, fu derubato del portafogli.
All'interno vi erano mille e cinquecento lire, cifra considerevole all'epoca.
Il 15 maggio due soldati francesi, armati di pistola e di pugnale, penetrarono in alcune abitazioni e puntarono le armi contro
i proprietari.
L'intervento di
alcuni militari della polizia americana che transitavano
casualmente per Paceco, evitò un tragico epilogo. I due soldati francesi furono
arrestati. Restarono in cella però soltanto alcune ore.
A seguito dell'intervento di due ufficiali furono
rilasciati. Il 12 maggio del 1944 le truppe francesi lasciarono Paceco. L'incubo era finito.